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La cravatta vista dell’atelier
Gianni Mura.
di Laura Lana
Rigate, a pois, bicolori, fluorescenti, strettissime con il nodo
complicato. Per il lavoro e per l’aperitivo. Per nascondersi e per
essere notati. Esiste una cravatta per ciascun carattere. Lo sostengono
Gianni Mura e sua moglie Piera - da lui ribattezzata Petra -, che nel
2000 hanno aperto un atelier in via Torino 54, nel cuore pulsante della
Milano della moda. Gianni Mura, però, non si limita a cercare stoffe e
vendere queste lingue di seta che stringono il collo. L’estroso sardo
trapiantato a Milano le disegna pure. Mentre la moglie sta dietro al
bancone, lui in laboratorio, da dieci anni, crea i modelli da mettere in
vetrina. E due li ha pure brevettati: la cravatta porta credit card con
fermacravatta interno e quella con il codino a vista. Cravatte d’essai,
dicono i coniugi Mura. Mica pensate per i barboni, ma per un carattere
versatile, una personalità forte e qualche soldino in tasca. Vera e
propria passione, che ha spinto Gianni persino a scrivere un trattato
sulla cravatta.
Signora Piera, un antidoto contro l’omologazione?
«A ciascuno il suo. Ma questi modelli sono acquistati anche da
clienti che non immagineremmo mai. Ad esempio, i magistrati. Che di
giorno sono impeccabili con il loro abito e la loro cravatta classica e
la sera appendono il vestito da lavoro e si trasformano per andare a
bere un aperitivo».
Con una cravatta più originale?
«Esatto. Ed è quella la loro vera personalità».
La cravatta permette quindi di far venir fuori il proprio alter ego?
«Assolutamente sì».
Quest’anno quali sono le tendenze da seguire?
«La cravatta stretta, amata dai giovani e anche da alcuni
professionisti. Tra i giovani le fantasie morbide, con i disegni che
arrivano dall’Inghilterra e il rigato britannico».
Colori?
«Quest’anno si punta molto sul verde, che è la cravatta dell’uomo
macho appassionato, come dice mio marito nel suo libro».
Per voi che cos’è la cravatta: un vezzo, un accessorio, un modo
d’essere?
«E’ un complemento. Senza la cravatta l’uomo non è identificato. Non
dico come maschio, ma proprio come carattere e stile. E’ un modo di
essere. Per molti è anche un vezzo. E’ un mix di tante cose».
Che cos’ha in più un uomo con la cravatta?
«Regala a chi gli sta attorno un senso di pulizia, di fiducia, di
responsabilità. Gianni scrive proprio che chi indossa la cravatta è già
in partenza un uomo solare e vincente».
Eppure si dice che l’abito non fa il monaco.
«Oh no... lo fa, eccome! L’aspetto è il primo biglietto da visita».
Oggi la cravatta si porta come
prima, più di prima o meno di prima?
«L’abito senza cravatta è stato
sdoganato e in molti tendono a copiare la non cravatta. Però non è mai
tramontata».
I giovani e questo accessorio: che matrimonio è?
«Un binomio eccellente. Nel nostro atelier vengono molti bocconiani,
i futuri professionisti. I giovanissimi scelgono la cravatta stretta e
quella bicolore».
I loro colori preferiti?
«Rosso, grigio, qualcuno osa tinte più forti. Anche se un cliente
una volta mi disse “Quando apro l’armadio di mio figlio mi sembra quello
di un prete”. Infatti, acquistò solo modelli classici e toni tenui».
Quando si indossa la cravatta?
Solo a lavoro e nelle occasioni ufficiali?
«Quando eravamo giovani noi, esisteva il vestito delle feste e
quello dei giorni feriali. Oggi si usa per andare in discoteca e quando
si comincia a lavorare. “Inizio a farmi la scorta”, mi dicono molti
ragazzi. E lo dicono con un certo entusiasmo».
Il modello che non passerà mai di moda?
«Tutti quelli più classici».
Ma quest’accessorio rischia di passare di moda?
«Penso di no. Chi usa la cravatta è disposto a spendere per avere
un’alta qualità. Molti preferiscono investire più per una buona cravatta
che per una buona camicia».
Perché?
«Una cravatta cambia l’abito. Anche su una camicia normale o
banale».
Voi realizzate anche camicie su misura.
«Non abbiamo modelli fissi. Cambiano a seconda del committente. Il
vero stilista arriva dalla strada. Sono i nostri clienti spesso che ci
portano il disegno di come vorrebbero che fosse confezionata la loro
camicia. In questo modo vengono fuori capi esclusivi».
Oltre agli universitari la futura classe dirigente chi sono i vostri
clienti?
«Professionisti. Avvocati e soprattutto commercialisti. E tante
mogli e fidanzate. Chi compra una cravatta per il suo uomo sa che è un
regalo gradito».
Cravatta o papillon?
«Vendiamo entrambi, ma la cravatta batte il papillon venti a uno.
Chi usa il farfallino è un professionista del nodo, perché è sicuramente
più difficile. Il nodo semplice della cravatta si fa in un attimo e
quello complicato è per i veri cultori».
La cosiddetta arte del nodo?
«Non solo. Anche l’arte di saper guardarsi allo specchio».
Suo marito la porta sempre?
«La indosserebbe anche sul costume da bagno!».
La preferita?
«La cravatta con il codino coloratissima, anche disegno su disegno.
Gianni è molto estroso ed estroverso. Ama farsi notare: quando arriva in
negozio, si riconosce anche da lontano».
Che cravatta indossava al vostro matrimonio?
«Una arancione shocking. Lo scorso giugno nostra figlia si è
sposata. Celebrava Francesco Cossiga. A suo padre aveva chiesto una mise
meno appariscente. La cravatta più cauta che Gianni ha trovato era a
base bordeaux con codino rosa a pois».
Che cosa rende una cravatta una buona cravatta?
«I primi fili, che devono essere nobili e pregiati. Il broccato è
l’ultima passione, più arabeggiante. Poi vengono la seconda scelta e il
cascame. Le rifiniture sono artigianali e, per la fascia più alta,
eseguite interamente a mano. A fare la differenza è sicuramente la
tenuta: deve durare nel tempo».
Laura Lana, giornalista pubblicista dal 2008, collabora per le pagine
del Nord Milano del quotidiano Il Giorno |